Storia della Band
I Sad Jokers si formano nel 2001 a Carrara perché la maggior parte
di loro non sa come passare le giornate; la formazione di base vede Stefano
Grassi alla voce, Emanuele Bernardini al basso, Andrea Rocca alla chitarra
e Giacomo de Rosa in un ruolo non meglio identificato, tra il disturbatore
e il suonatore di kazoo. Rocca minaccia subito di lasciare il gruppo perché
non gli piace il nome, ma viene facilmente placato con l’offerta di
una birra gratis. Balza subito agli occhi di tutti la mancanza di un batterista,
ma il problema è proprio che non balza agli occhi il batterista. La
band decide di andare avanti ugualmente e pubblica un EP chiamato “Oriental
Sessions”, che da principio vende due copie ma che diverrà in
seguito una chicca per tutti i collezionisti. I ragazzi si trascinano poi
in una sequela di concerti unplugged, ma devono presto constatare che la formula
non funziona: il pubblico, annoiato, comincia ad andarsene dopo un quarto
d’ora e non mancano certi facinorosi che montano sul palco con il preciso
intento di venire alle mani.
Un primo punto di svolta pare arrivare con il reclutamento di un batterista
di nome Marcello, che però non sembra gradire sia il modo di suonare
che quello di vivere dei suoi compagni: alla terza sessione di prove dice
di uscire a prendere le sigarette e non si fa più vedere. Azzoppata
e depressa, la band è sul punto di sciogliersi e di rinunciare ai sogni
di gloria, quando giunge una motivazione in più: un famoso produttore
ascolta per caso Grassi che canticchia “Fall from all” mentre
pesta a sangue un barbone; rimane estasiato dalla bellezza del pezzo e decide
di mettere sotto contratto il gruppo, previa presenza di un batterista. Ma,
ora che c’è la possibilità di fare soldi a palate, trovarlo
non è più un problema: De Rosa e Bernardini non hanno difficoltà
a convincere l’amico Cristiano Averame a saltare a bordo.
Due mesi dopo, “Fall from all” è in testa a tutte le classifiche
europee eccetto quella del Liechtenstein (o come cazzo si scrive). Anche le
vendite del primo album, “Collettive psychosis”, vanno a gonfie
vele. L’anno successivo, il 2006, vede l’uscita del secondo disco,
“We’ve got it hard”, titolo partorito da Bernardini prima
di iniziare un’orgia con quattordici modelle svedesi. Non a caso, il
disco viene presentato come un concept album su tutte le scopate che i membri
del gruppo si fanno ora che sono famosi. Vari sono però i temi affrontati,
così come le influenze musicali: dalla psichedelia un po’ manierista
di “Marzipan dog” (che vede la partecipazione di una rediviva
Cristina D’Avena) all’infuocata ballata “Auto-censorship”.
A passare la storia non sono però i singoli, bensì la lunghissima
canzone di chiusura, “The finish”, una interminabile cavalcata
attraverso i territori oscuri della psiche. Nasce anche una curiosa polemica
fomentata da un partito italiano, la Lega Nord, che indica i Sad Jokers come
propri simpatizzanti, in quanto il titolo del disco ricalca uno dei suoi slogan
politici: “ce l’abbiamo duro”. La replica di Bernardini
(“anche noi odiamo i terroni e ce l’abbiamo duro, ma non per questo
facciamo parte di un’accozzaglia di contadini analfabeti vestiti di
verde”) non manca di scatenare varie reazioni furiose.
Ma altri sono i problemi che il gruppo deve affrontare: Stefano Grassi. Gli
abusi di droghe di cui abusa (non è una frase sbagliata, è proprio
che abusa degli abusi) lo stanno spingendo sull’orlo della follia. Basti
ricordare che i Sad Jokers vengono cacciati a pedate da Sanremo quando il
frontman fracassa la testa a Pippo Baudo con l’asta del microfono, per
poi tentare di usargli violenza. I suoi eccessi danno ottimi risultati artistici
e incuriosiscono vasti settori del pubblico, ma minano la stabilità
della band e la sua stessa salute mentale. Dapprima è De Rosa che tenta
di recuperarlo, ma, quando si accorge che Grassi sotto effetto di acido e
lui sobrio si intendono alla perfezione, capisce che dovrebbe pensare in primo
luogo a se stesso e getta la spugna. I tentativi di condurlo in cliniche e
centri di disintossicazione falliscono miseramente, visto che Grassi riesce
a far perdere ogni volta le sue tracce, spuntando qualche giorno dopo in compagnia
di spacciatori, scoppiati e tossici vari. Non potendo fare altro, i restanti
componenti decidono all’unanimità di estrometterlo dal gruppo
e relegarlo in un dorato esilio a Carrara. Grassi, sempre più in stato
vegetativo, diverrà una leggenda per milioni di musicofili, ma a prezzo
della sua sanità. Nel frattempo, l’ex batterista Marcello, accortosi
di aver perso l’occasione della sua vita lasciando la band alla vigilia
della scalata al successo, tenta il suicidio gettandosi in una pozzanghera
con un phon acceso: sopravviverà.
Ma non c’è un attimo di tregua: i Sad Jokers, con l’Europa
ai propri piedi, stanno per partire alla conquista dell’America. In
un tour memorabile ricolmo di tutto esaurito, da New York a Los Angeles, il
gruppo incide a martellate la propria effige nella storia del rock. La loro
musica, nel frattempo, assume anche una carica sociale: per protestare contro
la guerra americana in Iran, i ragazzi si intrufolano sul tetto della Casa
Bianca e vi tengono un concerto. George Bush però non capisce che è
un’azione di protesta e si siede a godersi lo spettacolo. Indignata,
la band cerca di ripetere l’azione suonando in cima all’Empire
State Building, ma nessuno li sente perché l’edificio è
troppo alto e la dimostrazione fallisce miseramente.
Delusi dall’inutilità del loro impegno sociale (a parte Bernardini,
che se ne è sempre fregato altamente), i Jokers si ributtano sotto
con la musica. Tutte le esperienze del 2005 e del 2006, unite a lunghissime
chiacchierate di stampo etilico/filosofico, si fondono in quella che verrà
ricordata come la più grande pietra miliare della storia della musica,
l’album “The dark side of the bathroom”. Il successo è
spaventoso: il disco vende un miliardo di copie, tv e giornali non parlano
d’altro, Averame viene nominato uomo dell’anno dalla rivista Time
e tutti vogliono i Sad Jokers. Inizia un periodo di fertile collaborazione
con altri artisti, di cui segnaliamo in particolare il doppio live “Motherfucking
rock”, che vede insieme ai Jokers alcune leggende del rock come i Led
Zeppelin, i Deep Purple, Ozzie Osbourne, i Motorhead e Al Bano.
Continuano anche le azioni di protesta, che qualche volta finiscono per creare
guai: una sera, in Arabia Saudita, De Rosa si spoglia nudo con l’intento
di criminalizzare la profanazione del corpo umano di cui la guerra è
causa. I sauditi però non capiscono, gli saltano addosso e lo portano
in tribunale, dove viene condannato a cento frustate per oltraggio al pubblico
pudore e sbeffeggiato per le dimensioni del suo sesso. La vicenda avrà
numerosi strascichi.
Carichi di gloria e successo, i Jokers decidono di prendersi un periodo di
riposo nella natia Carrara. Una sera, per caso, incontrano di nuovo Grassi
e restano scioccati dalle sue condizioni: ormai del tutto fuori di sé,
l’ex frontman non ha più contatti con il mondo circostante e
riconosce soltanto il compagno di devastazioni Giacomo Delfino; tra l’altro,
non accorgendosi di avere di fronte i suoi vecchi compagni, li ferma per chiedere
loro qualche spicciolo. Colpiti nel profondo, sentendosi un po’ colpevoli
ma allo stesso tempo disgustati dalla mostruosità, sia fisica che mentale,
dell’amico distrutto dalle droghe, i quattro si danno a un nuovo progetto
di concept album, anch’esso destinato all’eterna fama: “Wish
you weren’t here”, tutto dedicato a Grassi. I testi delle due canzoni
chiave, quella eponima e la traccia introduttiva “Shine on you fuckin’
shit” sono quanto mai toccanti. Ancora una volta, il successo arride
al gruppo.
Si inizia a sentire, però, un po’ di stanchezza: assediati da
giornalisti e questuanti vari, i Jokers sono sull’orlo di cinque crisi
di nervi (una a testa, salvo Averame che sostiene di averne due). Diventano
così facile preda della mistica filosofeggiante di un santone indù,
certo Maharishi Orso Maria Yogi, che li conduce nella sua patria per spillar
loro grana con la scusa di un corso di rieducazione mentale. Imbevuti di pagliacciate
su Brahma, Shiva e Visnù, sul Karma e altre menate, i ragazzi danno
vita all’album più controverso della propria carriera, talmente
sperimentale da essere retrò – in base alla concezione ciclica
del mondo teorizzata dallo stesso Bernardini. Il disco, dal titolo “White,
black, green, yellow, red and blue album”, viene apprezzato e criticato
in egual misura. Finisce soprattutto nel mirino della critica l’uso
criminalmente esagerato che De Rosa fa di uno strumento di cui si è
innamorato in India, dopo aver scoperto che è l’unico che riesca
davvero a suonare: il gong elettronico.
È comunque un periodo fertile per i nostri amici: a breve distanza
da questa esperienza escono altri due dischi. Il primo è “Sergeant
Buggiani’s lonely hearts rabbit band”, ispirato a De Rosa dal
pensiero di un suo amico travestito da coniglio gigante (e non era neppure
drogato). Il secondo, opera per lo più di Rocca e Averame, porta il
titolo di un’altra canzone simbolo del gruppo, “Highway to heaven”,
alla quale, per par condicio, verrà appaiata “Stairway to hell”.
Ma, mentre gli album spopolano e ogni record della musica viene infranto (incluso
quello della canzone più lunga con l’opera-song “Il barbiere
di ciniglia”, durata di 23 ore), cominciano ad avvertirsi le prime frizioni
nel gruppo: durante il famoso “Live in Campocecina” avviene un
pesante litigio tra De Rosa e Rocca, perché il chitarrista vuole impedire
al kazooista di buttarsi dalla montagna solo per fare scena. De Rosa alla
fine prevale e rivendica con successo la propria libertà artistica
lanciandosi in un dirupo e facendosi malissimo. Averame, nel frattempo, perde
la testa per una sedicente artista orientale, Yoko Ano, che gli si appiccica
come un francobollo, seguendolo dappertutto e infestando anche le prove del
gruppo. Gli altri membri ben presto non la sopportano più, ma c’è
ben poco da fare: Averame non se ne stacca. Anche sotto l’aspetto finanziario
sorgono tensioni, questa volta a causa di Bernardini: sue sono le due idee
che riducono sul lastrico il gruppo, l’investimento nella ri-vegetalizzazione
del Sahara e la realizzazione di una piramide di carte nella fossa delle Marianne.
Senza più il becco di un quattrino, i ragazzi sono costretti a tournee
massacranti e a progetti alquanto ridicoli ed infamanti, come la fiction “Sad
Jokers at school” o alcuni film comici di bassa lega, girati perlopiù
dai fratelli Vanzina (“Natale con i Sad Jokers” o “La porcona
nel camerino del chitarrista”).
In questo turbinoso putiferio di eventi, passa quasi inosservata agli altri
Jokers la fase degenerativa che De Rosa sta attraversando. In preda ad un
crescente delirio di onnipotenza, egli va realizzando decine e decine di progetti
in ogni campo artistico, dalla musica ai fumetti, dai murales all’urbanistica.
Benché l’opinione pubblica sia presto satura delle sue manie
di protagonismo, De Rosa ignora tutte le voci contrarie e si convince ben
presto di essere, se non Dio, un messia o comunque qualcuno di infallibile.
È con questo spirito che entra in studio quando viene il momento di
registrare l’album successivo: gli altri membri del gruppo, assorbiti
dai propri problemi (Rocca è reduce dall’anonima alcolisti),
non hanno avuto tempo di pensare alla musica e non possono dunque mettere
in discussione i progetti del compagno o contestarne i modi hitleriani. L’album,
che De Rosa già pensa di tradurre in film, cartone animato, manga,
quadro, scultura, palazzo e presepe, narra la storia di un musicista di nome
Joker che soffre dell’incomprensione del mondo circostante. Ferito nel
profondo da traumi personali, come la rottura del suo giocattolo preferito
quando lui ha 22 anni o anche la rivalità con Batman, Joker finirà
per isolarsi dal mondo e vivere del culto di se stesso. Solo attraverso un
faticoso processo di recupero potrà finalmente ristabilire i contatti
con il mondo esterno e abbattere ciò che lo separa dalle altre persone…
il pavimento! “The floor” è infatti il titolo dell’album,
che polverizza tutti i record passati (quasi due miliardi di copie vendute)
e regala ancora una volta le scene ai Sad Jokers, risollevando la loro precaria
situazione finanziaria. Il successo è talmente globale che il disco
viene apprezzato anche su Plutone e mette per una volta d’accordo tutti
i leader della sinistra italiana.
Ma è l’acuto finale del gruppo: De Rosa si fa sempre più
dittatoriale, e, durante una prova dell’album incompiuto “Let
it be the final duck”, un altro concept che vede per protagonista Paperino,
va su tutte le furie perché Rocca fa un vibrato di troppo: dopo averlo
insultato in modi orribili, gli chiede di abbandonare il gruppo; Averame è
ormai schiavo di Yoko Ano, che lo spinge a lasciare la band, rea di dare troppo
poco spazio alla sua individualità, per dedicarsi invece ad un progetto
di musica fatta solo con voce e scacciapensieri; Bernardini, caduto in uno
dei suoi momenti di odio reazionario, minaccia di andarsene se i Sad Jokers
non sosterranno ufficialmente la campagna pro-apartheid nel Buthan; Rocca,
intristito dal diktat di De Rosa, entra invece in una fase di sonnolenza depressa
e preferisce stare a casa a dormire.
La situazione sta per esplodere, e a farla esplodere ci pensa la goccia che
fa traboccare il vaso che spinge il detonatore che attiva la bomba: la casa
discografica riesce con difficoltà ad ottenere la prosecuzione delle
registrazioni, ma, durante una prova, una torta al cioccolato viene lasciata
incustodita su un tavolo in attesa di mangiarla dopo la pausa caffè.
Tutti escono, ma quando ritornano la torta non c’è più:
chi la ha mangiata? I quattro subito iniziano a darsi la colpa l’un
l’altro, finché il litigio non degenera e non scoppia una violenta
rissa. Il manager del gruppo, Andrea Lancioni, tenta di separarli rivelando
che l’ha mangiata lui, ma nessuno lo ascolta e neppure lo vuole ascoltare:
è giunta la fine per i Sad Jokers.
Nei giorni seguenti escono sui giornali dichiarazioni infuocate di ciascuno
degli ex-membri nei confronti degli ex-compagni: Averame e Yoko Ano parlano
di Rocca come di “un individuo complessato il cui fine è destabilizzare
tutti coloro che gli stanno intorno”; su di loro Bernardini dichiara
che “il detto ‘Dio li fa e poi li accoppia’ dimostra che
Dio o è morto o non esiste” ed augura un futuro pieno di stenti
a Rocca, che gli risponde dandogli del criminale reazionario ed invitandolo
a far revisionare il basso visto che suona sempre scordato. Tutti paiono però
concordi nel definire De Rosa un folle egomaniaco di tendenze dittatoriali
che andrebbe soppresso per il bene dell’umanità. La replica del
kazooista non si fa attendere ed è anzi alquanto truce: “finiranno
tutti negli inferi ed assisteranno al mio divino trionfo immersi nel fango
fino al collo”. L’odio, insomma, si taglia con il coltello. Tutti
i tentativi di amici e conoscenti di ricucire i rapporti vanno a vuoto. La
casa discografica, disperata per la perdita di un gruppo di simili profitti,
tenta di fare l’ultimo colpo mandando in studio Le Vibrazioni e spacciandole
per i Jokers. Il rappezzato “Let it be the final duck” risulterà
però un fiasco.
Nel lungo periodo seguente, ciascun membro si dedica a progetti individuali:
Averame, con Yoko Ano, realizza progetti musicali e teatrali di arte post-surrealista,
il cui valore resta sempre alquanto dubbio, sfociando dall’intellettualismo
astratto alla stravaganza più pretestuosa ed insipida. Basti pensare
all’obbrobrioso “Mele mutilate galleggiano in un mare di ansiosa
omotermia”, un musical astratto del 2021 incentrato sulla formazione
del mondo dal punto di vista di una pannocchia.
Bernardini dà vita ad un movimento dal nome alquanto evocativo: “Un
mondo, una razza: quella bianca”, e ricorre alla musica solo per comporre
inni da lager . Quando finalmente il periodo razzista gli passa, decide di
mettere in musica tutto il manga Berserk, creando un lavoro di pregevole fattura,
tra i migliori esiti del dopo-Sad Jokers.
De Rosa, sempre più preda delle proprie manie di grandezza, continua
a dare vita a centinaia di progetti artistici il cui fine ultimo sembra quello
di sostenere l’equazione “Giacomo De Rosa = Dio”. L’album
“Vote me”, del 2025, è il primo esempio di disco-elettorale,
scritto per la campagna alla presidenza degli Stati Uniti a cui l’autore
si è candidato (riceverà nove o dieci voti, in maggioranza da
parte di cavalli).
Rocca rimane il più fedele alla musica, seppure con esiti disastrosi:
innamoratosi del rock&roll classico e soprattutto della similarità
tra il suo cognome e la parola rock, nel giro di due anni fa uscire una serie
di album basati fino allo sfinimento sullo stesso gioco di parole: “Rock
with Andrew Rock”, “Rocca and roll”, “Rocca rocks”,
“Rock in Rocca”, “Andrew Rock and Roll” ed altri.
Dal punto di vista musicale questi dischi risultano nauseabondi e disgustosamente
ripetitivi. Il chitarrista si riprende però dopo poco, quando la morte
del suo pesce rosso desta in lui una vagonata di emozioni tristi. Nel 2028
esce il toccante album “Ballads for a goldfish”, interamente acustico,
che viene applaudito dalla critica, premiato dal pubblico e demolito dalle
battute al vetriolo degli ex-amici.
Insomma, i Sad Jokers hanno regalato tantissimo alla storia della musica e
alla nostra storia di individui. Emozioni, canzoni, parole… non c’è
altro modo di definire tutto questo se non con un bel “ma cazzo”.
Peccato che sia finita così… o no?
È vero: le voci su una possibile reunion dei Sad Jokers si fanno sempre
più insistenti. Proprio qualche giorno fa pare che Bernardini e Rocca
si siano incontrati per strada e non si siano presi a pugni, limitandosi a
pestarsi i piedi. Gira anche la notizia che Yoko Ano e Averame si stiano per
lasciare: verrebbe così a decadere uno degli elementi chiave per lo
scioglimento del gruppo. De Rosa, inoltre, si sta rimettendo dal suo delirio
di onnipotenza e negli ultimi tempi ha ripreso a mandare sms stupidi a Bernardini,
proprio come una volta. Ma, più di ogni altra testimonianza, risulta
quasi decisiva la dichiarazione del leggendario roadie Giacomo Chelotti, spesso
definito dal gruppo come sanguisuga, rompiballe, profittatore ed ameba ammorbante.
“Ultimamente”, ha detto, “ho telefonato a tutti e quattro
i Sad Jokers per convincerli a continuare il lavoro in proprio e a non dare
adito a reunion tristissime ed alquanto fuori luogo. Non so perché,
ma ognuno di loro mi ha risposto che, pur di non darmi questa soddisfazione,
torneranno subito a suonare insieme. Bah, certe volte proprio non li capisco…”
Insomma, ci sono buone speranze. Si vedrà, per ora teniamo incrociate
le dita!